Nel 1962 l’Italia era la quarta economia al mondo
Le svolte dell’economia globale e italiana
Per capire le ragioni delle difficoltà economiche dell’Italia, dobbiamo tornare alla fine degli anni Ottanta.
Nell’ultimo secolo, alcune grandi crisi finanziarie ed economiche hanno segnato sia l’economia mondiale sia quella italiana:
- 1873: la Grande depressione, una crisi economica.
- 1929: la Grande depressione, una crisi economica e finanziaria.
- 1970: la crisi petrolifera, che innescò un’inflazione strutturale persistente.
- 1997: la crisi finanziaria asiatica.
- 2008: il crollo di Lehman Brothers, causato dall’eccesso di leva finanziaria e seguito da una contrazione dei consumi. Fu una svolta nel ruolo delle banche centrali. Negli Stati Uniti e nell’Unione Europea fu una crisi bancaria; in Italia, invece, fu soprattutto una crisi dei crediti deteriorati, che colpì le piccole imprese e non ebbe origine dai mutui subprime.
- 2011: la crisi del debito sovrano, che colpì inizialmente Portogallo, Irlanda e Grecia, per poi estendersi a Spagna e Italia.
Nel 2019 il PIL italiano era ancora inferiore di tre punti percentuali rispetto ai livelli precedenti alla crisi del 2008.
Nel 2020 la pandemia di COVID-19 provocò poi una contrazione ancora più profonda dei consumi.
L’Italia fatica a crescere, soprattutto in termini di produttività del lavoro, dai primi anni Novanta. Una svolta cruciale fu il 1992, quando il Paese rischiò di arrivare al default.
L’Italia degli anni Sessanta: un’economia in piena crescita
Nel 1962 l’Italia era:
- La quarta economia al mondo.
- Nel passaggio da un’economia agricola a una industriale, con grandi imprese e la crescita di distretti industriali come quelli della ceramica e dell’occhialeria.
- In una fase di crescita del PIL pro capite e della popolazione.
- In avanzo di bilancio, con un debito pubblico inferiore al 50% del PIL.
- In una posizione favorita dalla concorrenza limitata: la domanda superava l’offerta e la capacità produttiva disponibile.
Il rallentamento strutturale dagli anni Ottanta
Negli anni Ottanta la spinta economica iniziò a indebolirsi per diverse ragioni:
- La crescita incontrollata della spesa pubblica, soprattutto per pensioni e sanità. A differenza dei Paesi che aumentarono le entrate fiscali per coprire i crescenti costi del welfare, l’Italia continuò a fare deficit, accumulando debito pubblico.
- L’incapacità di far evolvere i distretti industriali, con una conseguente perdita di competitività.
- Un settore dei servizi poco sviluppato.
- La rapida crescita del numero di laureati, accompagnata da un indebolimento della meritocrazia.
- La chiusura economica: molte imprese rimasero ripiegate sul mercato interno, invece di espandersi all’estero e confrontarsi con la concorrenza.
L’impatto della crisi finanziaria del 2008
Nonostante la crisi bancaria globale, le debolezze strutturali dell’Italia rimasero invariate. I giovani continuarono a dipendere dai risparmi dei genitori per la propria sicurezza economica, la meritocrazia si indebolì e i salari ristagnarono. Negli ultimi 32 anni, rispetto alla media dell’Eurozona, l’economia italiana ha perso 32 punti percentuali di PIL, pari a circa 500 miliardi di euro.
I problemi strutturali dell’economia italiana
Dimensione delle imprese e scarsa propensione a crescere
- In Italia il numero di piccole imprese è sproporzionatamente alto e le ambizioni di crescita sono spesso limitate.
- Dieci milioni di persone lavorano in aziende con meno di 50 dipendenti; molte sono professionisti autonomi con partita IVA.
- Nei Paesi con una quota più elevata di lavoratori autonomi la produttività tende a essere più bassa.
- Pochi italiani lavorano per grandi gruppi nazionali, mentre molti scelgono imprese straniere.
- Le piccole imprese creano raramente posti di lavoro ad alto valore aggiunto.
Un’economia che ricorda quelle dei Paesi in via di sviluppo
- Forte dipendenza dall’economia informale e da servizi locali di piccola scala.
- Turismo e servizi alla persona hanno un peso sproporzionato sul PIL.
Rivoluzioni economiche e crisi economiche
A differenza delle crisi, le rivoluzioni economiche sono imprevedibili e irreversibili e portano a cambiamenti di paradigma:
- 1760: l’industria tessile e la Prima rivoluzione industriale.
- 1870: l’elettricità e la Seconda rivoluzione industriale.
- 1970: elettronica, telecomunicazioni e informatica: la Terza rivoluzione industriale.
- 2000: Internet e la Quarta rivoluzione industriale.
Le difficoltà del passaggio dalla lira all’euro
Il passaggio all’euro ha comportato difficoltà significative, soprattutto per quanto riguarda i livelli dei prezzi.
Un indice dell’inflazione più accurato per i beni acquistati di frequente avrebbe potuto attenuarne l’impatto.
Il calo della produzione industriale
Rispetto al 2009, l’indice della produzione industriale italiana è sceso del 15%; per i beni di consumo durevoli il calo è stato del 30%.
Il paradosso italiano: famiglie ricche, economia debole
I risparmi privati italiani (il debito privato) sono enormi: superano di oltre due volte il debito pubblico e di tre volte il PIL.
- L’Italia è ai primi posti per attività liquide: i depositi bancari equivalgono a 0,92 volte il PIL, per un totale di 1.527 miliardi di euro.
- Per ricchezza finanziaria complessiva, la Francia è al primo posto con un valore pari a 16,18 volte il PIL, seguita da Germania e Spagna; l’Italia resta sotto la media dell’Eurozona, pari a 13,43 volte il PIL.
- Considerando i depositi, la componente più liquida della ricchezza finanziaria, l’Italia è dietro a Francia, Germania e Spagna, con un valore pari a 2,27 volte il PIL.
Il paradosso italiano è quello di famiglie ricche in un’economia in difficoltà. I risparmi privati restano consistenti, ma la bassa produttività, la piccola dimensione delle imprese e la resistenza alla globalizzazione e alla concorrenza frenano la crescita nel lungo periodo.
Per affrontare questi problemi servono riforme strutturali, investimenti nell’innovazione e un cambiamento culturale orientato alla competitività globale.
di Marco Mizzau